Ad ogni sorgere del sole

DICK ARROW

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Il viaggio era stato lungo, faticoso, polveroso. I vestiti che indossava erano ormai poco più che stracci logori e le scarpe poi, brandelli di cuoio tenuti insieme dalla speranza e dalla tenacia di chi le indossava. Aveva utilizzato tutti i mezzi possibili ed esaurito ogni risorsa. Era salito su navi mercantili, appollaiato nelle stive di carico piene di ogni cosa e di animali; aveva viaggiato su vagoni merci di treni lenti e scassati, era salito a dorso di mulo, su carri trainati da buoi e a piedi aveva trascorso giorni interi alzandosi all’alba e fermandosi solo all’imbrunire. Aveva dormito in ogni luogo possibile e mangiato l’equivalente di mezza razione al giorno ma ce l’aveva fatta. L’ovest era lì, davanti a lui in tutta la sua maestosità. Era sceso dall’ultimo carro di una famiglia di pionieri Mormoni che lo avevano portato da El Paso a San Diego tra abbracci e lacrime. Avevano fatto più di 1500 chilometri insieme e si erano giurati che, un giorno, avrebbero condiviso nuovamente lo stesso cielo e bivaccato allo stesso fuoco ma poi si erano lasciati. Loro diretti verso la Grande Valle del Lago Salato per riunirsi ad altri che provenivano da altri stati per fondare una nuova nazione mentre lui voleva fermarsi lì nell’estremo ovest. Voleva tirare su qualche soldo, costruirsi una semplice capanna di tronchi e vivere la sua vita così, semplicemente godendo di quello spettacolo che ogni giorno quella terra incredibile era in grado di offrire. Gratuitamente ma anche a caro prezzo. Sapeva che non sarebbe stato facile ma ogni giorno, guardando il sorgere del sole si diceva, convinto: il peggio è passato, da oggi tutto andrà per il meglio.
 

DICK ARROW

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San Diego era già allora una grande città; poteva offrire tutto quello di cui aveva bisogno ma poteva anche prendergli tutto se non stava attento. Balordi, ubriachi e avventurieri di ogni specie vivevano o semplicemente passavano di lì ogni giorno. Preferì non entrare in città e cossi diresse verso il forte. Una guarnigione dell’esercito era insediata immediatamente fuori dalla città; spesso cercavano mandriani e cowboy per gestire le mandrie di cavalli e muli preposti per la cavalleria e la piccola artiglieria da campo. Pensava di chiedere un lavoro lì, per cominciare.

Quando si avvicinò all’ingresso del forte le sentinelle di guardia gli intimarono di fermarsi. “Altolà!” – gli gridarono all’unisono – “Tieni le mani bene in vista e dicci il motivo della tua visita!” – l’uomo rimase sconcertato dall’accoglienza; era solo, non portava armi in vista e di fronte aveva un intero reggimento accasermato, quale pericolo poteva mai rappresentare? Certo non faceva una bella impressione: gli abiti, le scarpe e il sacco che portava in spalla non gli davano un bell’aspetto, tutto era ridotto in brandelli dall’usura dovuta al lungo viaggio intrapreso quasi otto mesi prima ma era pur sempre un uomo solo contro più di trecento soldati! Alzò comunque le mani e gridò: “Mi chiamo Gorge Dickinson, ho una pistola nel sacco ma non ho alcuna intenzione di usarla e vengo al forte per cercare lavoro come mandriano!”
I due si consultarono velocemente poi uno di loro sparì dietro la palizzata di tronchi mentre l’altro non smise di puntargli contro il fucile. Tornarono in due. Il nuovo era un sergente. Il volto tagliato dal sole della prateria, scuro in volto ma con gli occhi grandi e scintillanti, specchio di un’anima allegra e vispa. Si avvicinarono al nuovo venuto che era rimasto immobile ad una ventina di metri dall’ingresso del forte. “Puoi abbassare le mani…” – gli disse il sergente – “…ma non ti sognare neppure di starnutire senza avvisarmi perché la sentinella ha l’ordine di farti un altro occhio in fronte se solo respiri un po’ più forte del dovuto!”
 

DICK ARROW

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Lo perquisì con mano esperta e gli disse di dargli il sacco. Lo vuotò per terra, nella polvere. “Fai due passi indietro!” – gli intimò il sergente – “Stracci, carne secca, pancetta affumicata, altri stracci, fagioli… cos’è sta roba?” - chiese incuriosito - “Orzo tostato…” – rispose Gorge – “…non bevo caffè…” “Puah!” – sputò per terra una boccata di tabacco da masticare misto a saliva – “…non bevi caffè… però ti piace ammazzare la gente vedo!” Prese la pistola caduta insieme al resto. “Una gran bell’arma! Una Long Colt calibro 45, retrocarica, la stessa arma in dotazione all’esercito da poco più di tre mesi ma questa ha l’impugnatura in avorio e la canna cromata… un’arma davvero unica e… fuori luogo su uno straccione come te!” – gli occhi del sergente si fecero di ghiaccio – “Tieni le mani bene in vista!” – gli gridò – “Caporale, legagli ben strette le mani e tu non provare a fare nulla di più che respirare o diventi pasto per i corvi!”
Venne trascinato verso l’interno del forte e condotto nell’ufficio del Comandante della guarnigione, il Colonnello Orson Grey, un pezzo d’uomo alto un metro e novanta, spalle larghe da lottatore e due mani che sembravano badili. Centoventi chili di muscoli e battaglie. Capelli quasi bianchi, cortissimi.
“Avanti!” – disse al rumore delle nocche sulla porta – il sergente entrò per primo trascinandosi dietro l’uomo ancora stordito dall’accoglienza e con il fucile piantato nella schiena dal caporale.

Dopo i saluti al rango: “Colonnello, quest’uomo si è presentato al forte dicendo di cercare lavoro ma è evidente che sia uno dei farabutti che infestano questa terra e che è venuto a spiare la guarnigione e il forte! Guardi…” – disse orgoglioso porgendo la pistola – “…l’abbiamo trovata nel suo bagaglio!” Il colonnello si scompose di poco. Era in piedi vicino alla finestra, dall’altra parte del suo ufficio e guardava fuori, verso il centro del campo fortificato. Aveva in bocca un sigaro già mezzo consumato e stava espirando una lunga boccata. Si voltò lentamente e guardò prima lo sconosciuto poi il sergente e poi ancora lo sconosciuto. Lo guardò a lungo, tanto a lungo che il sergente si stancò di tenere il braccio teso nell’atto di mostrare l’arma.
“Questo è l’esercito di farabutti che è venuto a attaccare il forte?” – disse sarcasticamente – “…era armato… e questa pistola…” – non fece in tempo a finire la frase – “Non importa! Grazie sergente! Lasciate qua il prigioniero e le sue cose!” “Ma signore… - tentò di replicare ma quando lo sguardo del colonnello si posò su di lui ebbe un brivido. Non disse altro e si ritirò salutando seguito dal caporale.
 

DICK ARROW

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Il colonnello tornò a guardare fuori dalla finestra e aspirò una lunga boccata dal sigaro prima di parlare. “Dovete scusare il sergente… è un brav’uomo ma la tensione di questi giorni è tale che anche gli uomini migliori sembrano sul punto di cedere da un momento all’altro…” – parlava con calma e con sicurezza, con una voce roca e profonda. “…siete ridotto piuttosto male e non posso dare completamente torto al mio uomo nel pensare che questa pistola sia una nota stonata della vostra persona. C’è qualcosa che volete dirmi?”

“Mi chiamo Gorge Dickinson, ho una pistola nel sacco ma non ho alcuna intenzione di usarla e vengo al forte per cercare lavoro come mandriano!”
Si accorse di aver ripetuto ogni sillaba esattamente come l’aveva detta pochi minuti prima presentandosi al forte; non si era ancora completamente ripreso ma, allo stesso tempo, voleva che il colonnello sapesse esattamente come erano andate le cose.
“Sono in viaggio da otto mesi e non potrei descrivervi cosa ho passato senza annoiarvi ma posso solo dire che non sono un criminale, non sono un avventuriero, non appartengo a nessuna banda e non ho mai fatto nulla di cui io debba pentirmi o per cui io debba fuggire…” – mentre parlava guardava fisso gli occhi del colonnello, sostenendone lo sguardo con fierezza e determinazione – “…se le mie vesti possono farmi sembrare uno straccione pure il mio onore è pulito dinanzi a Dio e agli uomini. La pistola è un dono di mio padre. Sul calcio c’è inciso il nomignolo con cui mi chiamava sempre: Dick. Mio padre è l’uomo che ha progettato quest’arma su ordinazione dell’Esercito E’ mia e vi chiedo di liberarmi e di restituirmela.”
 

DICK ARROW

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Al colonnello piaceva quell’uomo. Lo aveva inquadrato subito appena aveva varcato la soglia. Gli occhi curi erano privi di ombre e vi si poteva leggere qualsiasi cosa. Avrà avuto trentacinque anni, aveva i capelli scuri, lunghi fino alle spalle e leggermente striati di bianco, baffi sottili e pizzetto; alto, una volta evidentemente robusto anche se ora era deperito dalle lunghe ed evidenti privazioni dei mesi trascorsi. Gli slegò le corde che gli stringevano ancora i polsi dietro la schiena. Credeva a quell’uomo anche se ancora non poteva dire che fosse proprio vera la storia di quella pistola. La prese e la osservò meglio. Sul calcio, inciso nell’avorio, il nome “Dick”, come aveva detto lui. La cura per quell’arma era evidente e dava invero l’impressione che fosse più la cura per un dono prezioso che per l’oggetto in sé. La porse al suo proprietario.
Gorge, o Dick, la prese con calma, la accarezzò e la rimise nel sacco che portò alla spalla.
“Grazie della fiducia” – disse – “Solo uno stupido o un suicida potrebbe pensare di entrare in un posto come questo armato e con l’intenzione di usare la sua arma!” “Questo è il motivo per cui ho detto chiaramente che ero armato quando mi sono presentato; sono solo in cerca di lavoro e di un posto dove fermarmi per un po’” “Puoi fermarti al forte, se vuoi, abbiamo sempre bisogno di gente in gamba e di questi tempi non è facile trovarne” “Posso farle una domanda colonnello?” “Certo…” – rispose – “Il sergente e gli uomini di guardia erano molto tesi e, direi, quasi impauriti quando mi sono avvicinato al forte, per quale motivo?” “Domanda legittima, dopo come sei stato trattato! Negli ultimi tre mesi abbiamo perso quasi venti uomini durante alcune missioni di ricognizione sia a San Diego che nelle sue vicinanze. Abbiamo ragione di credere che numerosi fuorilegge si stiano radunando per formare una sorta di organizzazione volta a rovesciare l’ordine costituito. Già un’altra volta, circa quaranta giorni fa, un uomo si presentò, come te, per cercare lavoro e si scoprì, più tardi, che era lo scagnozzo di un noto fuorilegge detto Power Stone che era venuto a spiare l’interno del forte per rubare le nuove armi, tra cui le nuove Colt e i nuovi fucili Winchester arrivati tre mesi fa. Lo abbiamo scoperto mentre entrava furtivamente in armeria ed è stato impiccato il giorno stesso per tradimento e furto ai danni dell’Esercito. Tra gli uomini regna molta tensione, più che paura e molto sospetto. Se resti li conoscerai meglio, sopratutto il sergente Berrett e ti renderai conto che sono uomini di valore e di grande coraggio. Allora cosa hai deciso?” “Mi fermerò Colonnello, grazie dell’offerta!” “La paga è di 30 dollari alla settimana e il tuo lavoro sarà quello di badare ai cavalli del reggimento. Il tuo diretto superiore sarà proprio il sergente Berrett. Dormirai nelle stalle, per ora, poi vedremo di trovarti una sistemazione migliore d’accordo?” “Per me va benissimo e sono pronto a cominciare anche subito!” “Comincerai domani mattina, dopo l’adunata, come tutti. Ora ti farò dare un pasto caldo e poi vai a riposare.”
Il colonnello chiamò il sergente mettendolo al corrente di tutto e sembrava che avesse tolto un gran fardello dalla schiena dell’uomo che parve cambiare espressione e rasserenarsi. Stavano per uscire quando il colonnello Grey chiamò ancora Berrett: “Sergente, faccia fare anche un bagno a quest’uomo… lascia una scìa di fetore insopportabile e gli fornisca anche degli abiti, dovremmo avere qualcosa in magazzino di quel farabutto impiccato tempo fa!” “Sissignore!” – fece di rimando il sergente salutando ancora una volta al berretto - Uscirono dall’ufficio e Dick si prese una sonora pacca sulla spalle. “Bene ragazzo! Sono contento che il colonnello ti abbia proposto di restare, mi stavi simpatico, dopotutto…” – disse affabilmente e ammiccando – “…nessun rancore per come ho dovuto trattarti, spero!” “Tranquillo sergente, il colonnello mi ha spiegato tutto, nessun rancore! Ditemi solo dove posso ora darmi una ripulita e mangiare un boccone, sono piuttosto sporco affamato e… stanco!”
 

DICK ARROW

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Il mattino dopo si sentiva un altro uomo; aveva dormito in una stalla asciutta in compagnia di quaranta Mustang, animali robusti e coraggiosi anche se difficili da governare. La sera aveva mangiato il suo primo pasto decente da settimane, aveva fatto un bagno caldo, si era rasato e i vestiti trovati nel magazzino sembravano fatti apposta per lui; erano ancora un po’ larghi ma presto li avrebbe riempiti della carne e dei muscoli persi nei mesi passati. Uscì dalla stalla e, ancora una vola e come ogni giorno trascorso guardando il sorgere del sole si diceva, convinto: il peggio è passato, da oggi tutto andrà per il meglio. Ormai quello era il suo rituale di ogni giorno e gli dava la forza necessaria per andare avanti, solo che quella mattina lo disse con maggior convincimento che mai. Era vicino alla sua meta, nella terra che aveva sognato per anni. Era partito da Allentown, cittadina del ferro e della birra a un centinaio di chilometri da Filadelfia, nel periodo in cui la crisi economica cominciava a farsi sentire prepotentemente, circa otto mesi prima. Voleva, come tanti altri, trovare fortuna nell’ovest e ricominciare a vivere. I genitori, entrambi morti di fatica nelle industrie pesanti per la produzione di rotaie per la ferrovia, non gli avevano lasciato che qualche foto e pochi ricordi, la sua fidanzata non voleva saperne di lasciare la città per le praterie infinite e così lasciò quel poco e con poco partì. Nei mesi trascorsi imparò molti mestieri, maniscalco, taglialegna attraversando i grandi boschi di pini dell’Arkansas dove rimase a Pine Bluff per quasi un mese alle dipendenze di un ricco imprenditore, raccolse bacche e pomodori un po’ dappertutto, imparò a cavalcare ad Abilene nel Texas portando mandrie di bovini in giro per il paese per pascolo e per commercio, insomma, otto mesi in cui da semplice cittadino e operaio dell’industria pesante del ferro, come suo padre, a cowboy provetto ed esperto. Una cosa gli aveva lasciato suo padre, appassionato di armi, la colt che aveva sempre con sé e che imparò ad usare con grande abilità sempre ad Abilene quando doveva difendere le mandrie che gli erano state affidate da banditi e predoni che dal Messico attraversavano il confine illegalmente per fare razzie. Quella colt avrebbe potuto rappresentare il suo futuro ricco e prospero ed invece non fu nulla di più che un ricordo ed un’arma da difesa. Il progetto di quell’arma era di suo padre che, durante la notte nel piccolo garage di casa sua, fabbrico i pezzi uno ad uno. Sapeva come modellare il ferro e la sua passione per le armi fece il resto; voleva costruire un’arma a retrocarica veloce, potente e molto più pratica delle attuali colt 45 ad avancarica. Portò il prototipo a Horace Smith prossimo a fondare per la seconda volta insieme a Daniel Wesson la Smith & Wesson il quale gli rubò l’idea, oltre che il progetto, con false promesse e lo rispedì a Allentown dove morì pochi mesi dopo per dispiacere oltre che per fatica. A Gorge rimase solo il prototipo costruito in garage e personalizzato da suo padre con il manico d’avorio invece la S&W fece la sua fortuna con quell’idea e quelle che vennero dopo sulla base di quel progetto.
Ad ogni modo sapeva come usarla e questo era l’importante, per ora.
 

DICK ARROW

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“Ehi Dick!” – ormai quello era il nome con cui al forte era conosciuto – “Oggi ti porto con me in ricognizione! Sellami dieci buoni cavalli per le undici e portati il sacco a pelo, resteremo fuori almeno due notti!” Lui e il sergente Berrett ormai erano diventati buoni amici ed in più occasioni avevano trascorso le giornate fuori a perlustrare la zona; questa volta sarebbero usciti in dieci, un piccolo plotone, e la cosa destò il suo interesse: “Come mai così in tanti oggi sergente… guai in vista?” – “Voci, solo voci, per ora ma voci che non mi piacciono; pare che un gruppetto di cinque uomini e una donna abbiano già assalito una paio di carovane di pacifici coloni dirette a nord facendo razzia di cavalli e dei pochi averi di questa gente. Probabilmente è una banda formata da poco e piuttosto scalcinata visto che si riduce ad attaccare gente povera ed indifesa. Fermiamoli subito prima che si facciano troppo spavaldi!”

Nei due mesi trascorsi al forte non era successo nulla di particolare, salvo le consuete ricognizioni di routine e Dick aveva ripreso la forma che si ricordava di avere. Spesso, recandosi a San Diego a far provviste o a fare commissioni per il colonnello Grey che lo aveva preso in simpatia, destava l’ammirazione delle signore e signorine passando a cavallo per le vie della città o entrando nell’emporio piuttosto che in altri locali. Spesso dormiva in hotel per provare il piacere di un letto comodo e di un bagno un po’ più confortevole, visto che era ancora costretto a dormire nelle stalle in mancanza di un’altra sistemazione. Il fisico asciutto e muscoloso, il portamento fiero e i lineamenti affascinanti anche se non belli, facevano di lui un uomo interessante per molte donne libere e un avversario temibile per molti uomini gelosi. Lui non si era mai cacciato in situazioni pericolose e schivava ogni tipo di relazione con l’altro sesso. “Non ho tempo per le donne, per ora” – diceva spesso per giustificarsi ai suoi ormai compagni di caserma – ma dietro a quel rifiuto di corteggiare una donna c’era qualcosa di più e molti se ne erano accorti, come un velo di tristezza e di paura che celava con il suo fare disinvolto e allegro.
Cavalcarono fino a metà pomeriggio dopo aver mangiato in sella un pezzo di carne secca accompagnata dall’acqua delle borracce; si fermarono solo quando furono in vista di Tijuana città a sud di San Diego dove, a sentire gli informatori, si era vista la banda.
“Entriamo da nord, restando nascosti dalle case e ci infiliamo per qualche stradina secondaria, voglio che ci notino il meno possibile per beccare questi farabutti, se sono in città, di sorpresa” – ordinò il sergente – “Dick, tu entra dalla via principale, sei già stato qui e sei in abiti civili, non faranno caso a te. Vai dritto all’ufficio dello sceriffo e vedi di capire se è al corrente di questa storia. Noi ci divideremo in tre gruppi e entreremo da tre vie traverse diverse. Io e altri due andremo al saloon, voi tre all’emporio e voialtri all’albergo. Fate attenzione, pare che sia gente con il grilletto facile! Tutto chiaro?” Tutti annuirono con la testa e si divisero. Dick entrò al passo con il suo cavallo; aveva avuto l’accortezza di coprire con la coperta da viaggio il quarto posteriore della bestia per nascondere la marchiatura dell’esercito per non destare alcun sospetto (non aveva ancora un cavallo suo). Si diresse con falsa noncuranza all’ufficio dello sceriffo; legò il cavallo ed entrò dopo aver bussato ma senza aspettare risposta. L’ufficio era deserto e sembrava essere stato lasciato in tutta fretta. Tornò in strada e si avviò verso il saloon, la cavalcata pomeridiana gli aveva messo sete. Anche lì c’era qualcosa che non andava. Al bancone il sergente e i due che lo accompagnavano stavano ascoltando il presunto proprietario che sudava e gesticolava in modo spropositato: “…Tijuana è sempre stata una cittadina tranquilla ma da quando è arrivata quella gente viviamo tutti nel terrore…basta una parola fuori posto e quelli ti stendono come niente fosse… mi hanno già ammazzato due clienti e mandato all’infermeria altri tre per futili motivi…” – il locale era effettivamente troppo vuoto, considerata l’ora – affiancando il sergente, Dick ordinò un bicchiere di acqua e ghiaccio, non beveva alcolici – “L’ufficio dello sceriffo è deserto e in disordine, secondo me c’è qualcosa di strano nell’aria…” – commentò a bassa voce – “La gente sembra rintanata nelle loro case in preda al panico… aspettiamo gli altri e sentiamo cos’hanno scoperto.” – fu il commento di Berret.
 

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Non passarono che pochi istanti quando una serie di spari li fece sobbalzare; provenivano dall’emporio, distante un centinaio di metri e sul lato opposto. Si fiondarono fuori armi alla mano e videro il resto del plotone appostato intorno al locale con le armi spianate. Si avvicinarono al caporale al riparo dietro un carro provviste ancora da scaricare. “Che accidenti succede, capitano!” – chiese, concitato, il sergente – “Li abbiamo beccati, signore! Si stavano preparando a lasciare la città dopo aver saccheggiato l’emporio e appena ci hanno visti hanno cominciato a sparare come dannati! Per nostra fortuna sono abbastanza scarsi… hanno però beccato uno dei nostri alla spalla, gli altri lo hanno trascinato nella bottega del barbiere, dal lato opposto. Pare che anche lo sceriffo sia stato ferito ma non so dove sia!” “Ottimo lavoro, caporale! Ora vediamo di stanare questi serpenti!

La situazione non era semplice: in primo luogo non sapevano esattamente in quanti erano. Le voci parlavano di sei banditi di cui una donna mentre il caporale, a giudicare dai punti di fuoco, riteneva che ce ne fossero solo quattro all’interno dell’emporio; cosa ne era stato degli altri due, se mai c’erano? Potevano essere scappati oppure erano lì, nei dintorni, pronti ad attaccarli. Inoltre l’edificio era a due piani, aveva finestre solo sul davanti e una minuscola porticina sul retro, era dunque impossibile entrare da altre parti. Dentro c’erano acqua e provviste per mesi e, probabilmente, anche munizioni ma cosa più grave di tutte, il gestore e sua moglie, non più giovani, erano in ostaggio della banda. Il sergente non sapeva cosa fare senza mettere in pericolo la vita di qualcuno; non si trattava di professionisti, perché non si sarebbero fatti sorprendere e intrappolare in quel modo ma, forse, erano anche più pericolosi perché, sentendosi in gabbia avrebbero potuto fare qualche gesto sconsiderato. C’era solo una cosa da fare: mettere i suoi uomini al sicuro e cercare di trattare.
 

DICK ARROW

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“Non sparate!” – intimò ai suoi uomini e la sparatoria cessò bruscamente – “Voi due, andate alla bottega del barbiere e ditemi come sta Eddie e vedete di scoprire cos’è successo allo sceriffo! E state bassi, maledizione!” – gridò – I due scivolarono via tenendosi bassi e al riparo del carro sparendo in una viuzza sul lato opposto.
Cosa pensi di questa storia?” – chiese a Dick – “Non mi piace… non mi piace per niente, soprattutto per quello che non vediamo… che fine avranno fatto gli altri due? Potrebbero già essere lontani a quest’ora, dubito che attaccherebbero da soli un plotone dell’esercito, significherebbe morte certa con una pallottola in corpo o per impiccagione ma potrebbero essere così pazzi o disperati da tentare qualche cosa. Quelli dentro, invece, se li facciamo andare di certo si portano via i gestori dell’emporio come ostaggi.” “Sono d’accordo con te Dick, non possiamo mettere in pericolo la vita di altra gente…” – rispose il sergente - “No, non possiamo, ma da questa situazione non ne veniamo fuori se non mettiamo a rischio la vita di qualcuno… potremo fare così, se siete d’accordo: allontaniamoci, diamo l’impressione di aver rinunciato, almeno per il momento, a stanarli; mandate i vostri uomini nelle vie vicine a sorvegliare la zona, si sa mai che arrivino gli altri due e ci prendono di sorpresa. Lei e un paio di ragazzi restate qua in strada in bella vista per distrarli, non credo che vi spareranno. Io faccio il giro lungo, mi avvicino dalla zona cieca, quella senza finestre e cerco di capire dove sono i banditi sbirciando dentro da qualche fessura; sono certo che saranno distratti a guardare voi che parlate in mezzo alla strada.” “Spero che tu abbia ragione… soprattutto riguardo alla parte in cui non dovrebbero spararci! Ok, e poi?” “Poi mi butto dentro e li secco tutti e quattro, sperando di non farmi beccare e di non fare beccare i due coniugi Sorenson,i gestori dell’emporio… che ne dici del piano?” “Dico che è un suicidio e non posso permetterti di farlo!” “Non abbiamo un'altra soluzione, lo sai… e poi io sono l’unico senza famiglia e sai bene che sparo meglio di chiunque altro nel forte, te compreso!” - rispose Dick, accennando un sorriso per nascondere la preoccupazione – Non gli andava di lasciarci le penne ma sentiva che poteva farcela e voleva fare qualcosa di utile.

“Hai ragione… non vedo un’altra soluzione per venirne fuori meno di stabilire un assedio che potrebbe durare settimane, considerando le provviste che hanno all’interno, e per rischiare che i quattro vadano fuori di matto e comincino a sparare come pazzi… va bene… faremo come suggerisci… ma non mi sento molto tranquillo… se tu fossi un mio soldato sarebbe diverso, sarebbe il tuo mestiere, saresti pagato per difendere questo paese da gente come questa e sapresti a cosa vai incontro ma sei un civile… e...” – Dick lo interruppe – “Non abbiamo tempo per discuterne ancora, quelli potrebbero insospettirsi più del dovuto. Dividiamoci!” – Dick comprese la riserva del sergente e tagliò corto per toglierlo dall’impaccio; si avviò verso il suo cavallo e fece per lasciare la città. Il sergente diede un paio di ordini veloci ai suoi uomini che si allontanarono lentamente e si spostò verso il centro della strada con altri tre a parlare con calma, quasi con noncuranza.
 

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“Non sparate!” – intimò ai suoi uomini e la sparatoria cessò bruscamente – “Voi due, andate alla bottega del barbiere e ditemi come sta Eddie e vedete di scoprire cos’è successo allo sceriffo! E state bassi, maledizione!” – gridò – I due scivolarono via tenendosi bassi e al riparo del carro sparendo in una viuzza sul lato opposto.
Cosa pensi di questa storia?” – chiese a Dick – “Non mi piace… non mi piace per niente, soprattutto per quello che non vediamo… che fine avranno fatto gli altri due? Potrebbero già essere lontani a quest’ora, dubito che attaccherebbero da soli un plotone dell’esercito, significherebbe morte certa con una pallottola in corpo o per impiccagione ma potrebbero essere così pazzi o disperati da tentare qualche cosa. Quelli dentro, invece, se li facciamo andare di certo si portano via i gestori dell’emporio come ostaggi.” “Sono d’accordo con te Dick, non possiamo mettere in pericolo la vita di altra gente…” – rispose il sergente - “No, non possiamo, ma da questa situazione non ne veniamo fuori se non mettiamo a rischio la vita di qualcuno… potremo fare così, se siete d’accordo: allontaniamoci, diamo l’impressione di aver rinunciato, almeno per il momento, a stanarli; mandate i vostri uomini nelle vie vicine a sorvegliare la zona, si sa mai che arrivino gli altri due e ci prendono di sorpresa. Lei e un paio di ragazzi restate qua in strada in bella vista per distrarli, non credo che vi spareranno. Io faccio il giro lungo, mi avvicino dalla zona cieca, quella senza finestre e cerco di capire dove sono i banditi sbirciando dentro da qualche fessura; sono certo che saranno distratti a guardare voi che parlate in mezzo alla strada.” “Spero che tu abbia ragione… soprattutto riguardo alla parte in cui non dovrebbero spararci! Ok, e poi?” “Poi mi butto dentro e li secco tutti e quattro, sperando di non farmi beccare e di non fare beccare i due coniugi Sorenson,i gestori dell’emporio… che ne dici del piano?” “Dico che è un suicidio e non posso permetterti di farlo!” “Non abbiamo un'altra soluzione, lo sai… e poi io sono l’unico senza famiglia e sai bene che sparo meglio di chiunque altro nel forte, te compreso!” - rispose Dick, accennando un sorriso per nascondere la preoccupazione – Non gli andava di lasciarci le penne ma sentiva che poteva farcela e voleva fare qualcosa di utile.

“Hai ragione… non vedo un’altra soluzione per venirne fuori meno di stabilire un assedio che potrebbe durare settimane, considerando le provviste che hanno all’interno, e per rischiare che i quattro vadano fuori di matto e comincino a sparare come pazzi… va bene… faremo come suggerisci… ma non mi sento molto tranquillo… se tu fossi un mio soldato sarebbe diverso, sarebbe il tuo mestiere, saresti pagato per difendere questo paese da gente come questa e sapresti a cosa vai incontro ma sei un civile… e...” – Dick lo interruppe – “Non abbiamo tempo per discuterne ancora, quelli potrebbero insospettirsi più del dovuto. Dividiamoci!” – Dick comprese la riserva del sergente e tagliò corto per toglierlo dall’impaccio; si avviò verso il suo cavallo e fece per lasciare la città. Il sergente diede un paio di ordini veloci ai suoi uomini che si allontanarono lentamente e si spostò verso il centro della strada con altri tre a parlare con calma, quasi con noncuranza.

Dick ci mise si e no due minuti ad uscire dalla città ed a rientrare dalla parte opposta; legò il cavallo abbastanza distante e corse in direzione dell'emporio passando dalle viuzze laterali. Arrivò alle spalle dell'edificio, come concordato e cercò uno spiraglio tra le tavole di legno per poter sbirciare dentro.
I balordi erano tutti lì, nella stessa stanza e si muovevano nervosamente avanti e indietro tenendosi lontani dalle finestre. Poteva sentire le loro voci.

"E' tutta colpa tua Jimmi...!" - disse uno di loro - "...se non avessi avuto la bella idea di voler rubare quattro cose a questi poveracci invece di pagarli, ora non saremmo in questa situazione! Saremmo andati via indisturbati e saremmo fuori, anzichè in trappola come topi!" "Avevamo bisogno di viveri e munizioni, che diavolo e perchè mai pagare qualcosa che abbiamo sempre rubato, maledizione!" - gli fece eco un altro - "Smettetela voi due..." - intervenne un altro, forse il capoccia - "...stà succedendo qualcosa là fuori e non mi piace per niente! Jimmi, appostati a quella finestra, Oliver, vai a quella laterale, sul vicolo mentre io e Frank staremo a quest'altra che dà sulla strada e tenete gli occhi bene aperti!" Dick vide venire verso di lui uno dei malviventi e capì che non poteva aspettare un istante di più. Lasciò il suo punto di osservazione e prese la rincorsa. Si gettò letteralmente contro la finestra che rovinò in un fragore di legno spezzato e vetri rotti. Nel fare ciò aveva la pistola spianata e centrò in piena fronte il tipo che stava venendo verso di lui, alla finestra e, ricadendo colpì un altro ad una gamba prima di rotolare contro il bancone dell'emporio. Gli uomini all'interno non si aspettavano una cosa del genere e impiegarono qualche istante a capire cosa stava succedendo e fu loro fatale. Il sergente non appena sentì il rumore di vetri rotti si precipitò verso la porta di ingresso e la sfondò con una spallata, seguito dai due soldati che erano con lui. La banda si trovò così, in pochi istanti, tra due fuochi. Tentarono di rispondere al fuoco ma tale era il disorientamento che cominciarono a sparare a caso. Due di loro furono crivellati di colpi dai soldati mentre l'ultimo, quello ferito alla gamba da Dick tentò la fuga dalla finestra rotta ma fu raggiunto alla schiena da un'altra raffica. Finì tutto in pochi istanti. Dick ne venne fuori con parecchi tagli alle mani, alle braccia ed anche al viso e un ginocchio mezzo fracassato nella caduta; Il gestore fu raggiundo da un proiettile vacante ad una spalla ma non fu nulla di grave mentre uno dei soldati fu preso allo stomaco e, dopo alcuni minuti di agonia, morì tra le braccia del sergente.

"Una giornata da dimenticare..." - disse Dick rialzandosi a fatica - "Si, da dimenticare..." - gli fece eco il sergente che teneva ancora tra le braccia il suo soldato ormai senza vita.
 

DICK ARROW

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Lasciarono il becchino ad occuparsi dei cadaveri dei quattro banditi non prima di aver mandato un telegramma allo sceriffo federale per far ritirare i bandi di ricerca. Degli altri due complici nessuna traccia; pareva che nessuno in città avesse visto altri stranieri aggirarsi nei dintorni.

Il ritorno al forte fu lento e silenzioso. Portavano, sul dorso del suo cavallo, il corpo del soldato ucciso.

Fu Dick a rompere il silenzio.
 
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